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Volta la carta

SPORT IN PUNTA DI PENNA

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Parole allo Sport.

Dall’introduzione di “Inedita Energia - Sport in punta di penna”: “Siamo negli anni Cinquanta, la guerra è alle spalle, la voglia di riscatto del paese si percepisce ovunque, l’Italia è un laboratorio di progetti e di idee. Sviluppo e innovazione sono le parole d’ordine di un mondo che sta rapidamente cambiando e nel quale l’industria e i suoi uomini migliori si propongono come motore di crescita anche sociale. In questa idea di progresso Enrico Mattei ha chiarissimo il ruolo della cultura. Sa che questa è uno degli elementi che concorrono a rendere l’uomo parte attiva della società. Nel 1955 decide che è il momento di dare a eni una propria rivista e ne affida la direzione ad uno dei nostri grandi poeti del Novecento: Attilio Bertolucci, a cui promette (e manterrà la promessa) piena libertà d’azione.” 

Penultima giornata della XVIII edizione di Festivaletteratura di Mantova; ENI, sponsor dell’incontro, offre il gradito omaggio del volume “Inedita Energia - Sport in punta di penna”, che è la raccolta degli articoli di argomento sportivo, apparsi sulla rivista aziendale “Il Gatto Selvatico” durante il decennio 1955-1965, accompagnando l’iniziativa con lo slogan Cultura dell’Energia, Energia della Cultura, mattinata di ampio respiro: Lella Costa, splendida padrona di casa, tanto intelligente, quanto pungente e snob nei confronti dello sport, e del calcio in particolare, quanto basta per innescare le vivaci testimonianze di due uomini di sport, diversi per età, estrazione sociale, formazione culturale e ruoli, ma in sintonia sui principi.
Nell’accogliente cornice di Piazza Castello, tutto esaurito da giorni in prenotazione, mille posti a sedere occupati e i soliti imbucati, fortunatamente non molti, in piedi; un confortante segnale di r/esistenza di lettori anche in ambito sportivo e a tale proposito mi piace ricordare un commento raccolto a caldo: “chi ama lo sport, ama il bello e la lettura è una delle cose belle della vita”, che mi fa piacere condividere.

Gli ospiti dell’incontro, Adriano Panatta e Federico Buffa, hanno intrattenuto il pubblico senza mai entrare nello specifico della loro attività, ma senza mai scadere nel banale, offrendo molti spunti di riflessione.

Ho rivisto Adriano Panatta con molto piacere, l’ho trovato lo stesso ragazzone, romano e romanista, un po’ appesantito e con qualche segno del tempo in volto, ma sempre cordiale e autentico, proprio come l’avevo conosciuto nel 1971, in piena ascesa delle classifiche mondiali: vicino di ombrellone in una vacanza, per seguirlo dal campo in un torneo internazionale, avevo anche fatto il raccattapalle; è stato il campione dalla classe assoluta, che giocando un tennis spettacolare, ha portato all’Italia l’unica coppa Davis della bacheca in occasione della finale 1976, nella quale aveva conquistato i tre punti determinanti a Santiago del Cile, dei quali l’ultimo indossando una maglietta rossa, in segno di protesta contro il regime del dittatore Pinochet - a tale proposito Panatta ha sempre dimostrato che anche per un campione non è poi disdicevole avere delle posizioni “persino” in politica e delle opinioni su quanto accade nel mondo reale.
Il Panatta che forse non ti aspetti ha sottolineato con estrema lucidità l’arretratezza della nazione in fatto di educazione motoria dei giovani, fin dall’infanzia, e la conseguente assoluta casualità, che permette a un talento di emergere in una qualsiasi disciplina sportiva, ma soprattutto ha affermato senza mezzi termini l’importanza delle regole nello sport: senza regole, sia sul terreno di gara, che fuori, non c’è sport - eccone un altro che sente argomenti come il codice etico non come limitazioni, ma come garanzie!

E’ quasi superfluo ricordare che il mattatore dell’incontro sia stato comunque Federico Buffa; conosciamo tutti (spero) la qualità delle sue trasmissioni - chi non avesse l’abbonamento a Sky, può trovarle su Youtube.

Non esiste attualmente chi meglio di lui sappia coniugare la grande conoscenza degli sport, con l’assoluta padronanza della lingua italiana forbita, con le doti da attore e con la maniacale cura del particolare: qualsiasi puntata di “Buffa racconta…” dimostra competenza nella scelta delle colonne sonore, di filmati e fotografie, interviste e inquadramento storico-sociale dei luoghi e dei momenti, porta contemporaneamente le caratteristiche di necessario e sufficiente di qualsiasi elemento inserito e conduce in un’atmosfera che in precedenza soltanto Eduardo Galeano era mai stato in grado di creare.
Buffa si è soffermato sul linguaggio scritto e parlato nello sport, denunciando la dilagante tendenza all’utilizzo di termini anglosassoni, anche da parte di chi magari a mala pena masticherebbe il dialetto, che spesso nasconde un vuoto di contenuti o peggio, che risulta un tentativo di ammantarsi di professionalità, da parte di chi invece non ne ha - e inevitabilmente penso agli inflazionati competitor, referee, coach, feed-back, input, abstract o governance, invece di avversario, arbitro (esperto), istruttore (allenatore, motivatore...), risposta, stimolo, riassunto, controllo...