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Tango, Samba e Beat: pagine scelte

AVENIDA DEL SOL. A PIEDI SCALZI IN SUDAMERICA di Darwin Pastorin

AVENIDA DEL SOL

AVENIDA DEL SOL

Credevo che con Adesso abbracciami, Brasile e Lettera a un giovane calciatore il ritratto di Darwin Pastorin fosse già ben delineato e in effetti nel primo c’è la storia di partenze e ritorni di tre generazioni migranti della famiglia Pastorin tra Brasile, Veneto e Piemonte, mentre nel secondo c’è nitida la sua figura di genitore.

Avenida del Sol è oltre; è una raccolta di racconti che nel loro insieme sono il documento più intimo che Pastorin abbia mai scritto, tanto intimo che il lettore può provare un temporaneo, leggero disagio per il timore di essere quasi invadente nell’atto di scorrere le pagine.

Il lettore è fortunato, leggendo il libro perfino tra le righe, non è invadente; semplicemente accetta l’invito dell’autore a fare conoscenza, ma deve passare da una pagina all’altra in punta di piedi.

I racconti ci arrivano da Brasile, Colombia, Uruguay, Argentina e Cile.

Tutto oltre Atlantico, tutto in quel subcontinente che è il Sudamerica, ma in quelle pagine troviamo molto più di quanto ci aspetteremmo da storie di calcio del Nuovo Mondo, tanto da ridimensionare quel gioco in confronto un po’ asettico di noi europei, vecchi maestri inglesi inclusi.

La conoscenza e l’amore che Pastorin ha per quel calcio e per quelle genti si intrecciano e si dipanano senza che quasi ce ne accorgiamo e alla fine il calcio, pur sempre presente nelle storie, è  quasi un pretesto per raccontare delle persone.

E’ consueto dire che un giocatore dà del tu al pallone o che il suo piede è educato; bene, Pastorin dà del tu alla lingua italiana e la sua penna è molto educata. 

Fin superfluo dirlo: è Samba ed è Tango!

 

“Abbiamo sopportato di tutto, regimi militari, improponibili presidenti, le migliori menti della nostra generazione costrette a rifugiarsi all’estero. Iniezioni di pallone e samba, ore e ore di telenovele: importante era non pensare alla fame, alla povertà, alla disperazione.”

 

“A piedi scalzi. Serve molta tecnica, ed è quella che mi è rimasta. Il fiato, lasciamo perdere.
Cinque contro cinque. Con me ci sono gli ex fuoriclasse Leo Junior ed Edinho e due giornalisti del quotidiano “Folha”, Edilberto e Magrão. Edilberto va in porta. Contro di noi giocano tre cronisti di “Estado” e i mitici Carlos Alberto Torres e Rivelino, campioni del mondo del 1970.”

 

“Sono diventato del Palmeiras perché era la squadra degli italiani del Brasile. Ho trascorso la mia infanzia a San Paolo e mio padre mi portava allo stadio Palestra Italia: lì ho cominciato a seguire le imprese di José Altafini, di Djalma Santos, di Ademar Pantera, di Ademir da Guia.”

 

“Mia madre, ragazzina, subì un processo dai tedeschi perché portava, con altre sue amiche, da bere agli ebrei chiusi nei vagoni che andavano verso i campi di concentramento. Erano volti impauriti, scavati, sguardi assenti, gente priva di tutto, colpita nella mente, al cuore, nella dignità. Quelle ragazzine portavano acqua, qualcosa da mangiare. I tedeschi sparavano a terra, per spaventarle, per farle andare via.”

 

“Rivoluzionari a tempo, ecco cosa siamo. La domenica alla partita. Io a tifare per il Toro di Pulici e Graziani, tu per la Juve di Anastasi e Bettega. Ma il Sudamerica è diventato un mattatoio. Già, il Sudamerica è lontano. Troppo lontano. Non li sentiamo urlare, i prigionieri.”

 

“Era l’11 settembre 1973.
Cominciai a preparare una borsa. Maglie, pantaloncini, quel che potevo, libri, le mie scarpe da calcio: chissà potrei giocare nella Roma o nella Lazio… Ma fu tutto inutile. Arrivarono in tanti, in troppi. Sfondarono la porta a spallate. Avevano mitra e stivali. Sguardi da pozzo profondo. Da pozzo nero. Hai finito di giocare a pallone. Non sei più un divo. Sei solo un comunista che deve pagare. Ora saremo noi il tuo pubblico. Ti faremo correre, vedrai.”

 

“La Juventus, per averlo, offrì otto giocatori e due miliardi (una follia, all’epoca). Riva disse di no: Per amore della Sardegna e perché non mi va di essere trattato come una bestia al mercato.
Erano altri tempi. Era un altro calcio.
Erano altri giocatori.”