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Tango, Samba e Beat: pagine scelte

NOI DUE IN FUORI GIOCO di Paolo Casarin e Darwin Pastorin

Noi due in fuorigioco

Noi due in fuorigioco

Sul fatto che si tratti di due personaggi in fuorigioco, non c’è alcun dubbio.

Il primo, se non fosse stato fuorigioco per natura, non avrebbe avuto una carriera così trasparente, luminosa in Italia e nel mondo e ricca di importanti soddisfazioni e riconoscimenti, caratterizzata da squalifiche – quasi due anni in totale –  non per aver favorito una società, non per essersi lasciato corrompere o ammorbidire, ma per aver espresso delle opinioni di carattere generale, che i più condividono.

 

Paolo Casarin è un eterno precursore, per vedere formati arbitri come lui bisognerà attendere, non poco, che il sistema calcio nazionale si evolva: mestrino, classe 1940, trenta campionati al suo attivo, commissario UEFA e FIFA, collaborazioni con il Corriere della Sera, Tuttosport, RAI , Tele+ e Sky, è uno dei pochi arbitri che abbiano lasciato un’impronta e che l’abbiano lasciata  positiva.

 

Darwin Pastorin, non per un caso l’ospite più presente e alquanto gradito di questa rubrica, se non fosse in fuorigioco da sempre, avrebbe articoli pubblicati in prima pagina, con titoli a nove colonne e a caratteri cubitali, degni della peggior carta patinata scandalistica, invece scrive libri e lo fa come nessun altro lo ha fatto in Italia sull’argomento calcio e non mi sono dimenticato di Gianni Brera.

 

Per favore, non relegatelo nello scaffale “sport e tempo libero”: io non sono di bocca buona, nemmeno per le letture, ma credo che Pastorin sia semplicemente uno scrittore che rende omaggio alla lingua italiana, se vi piace il calcio, quello sarà solo un motivo in più per leggerlo.

Originale e molto gradevole la formula del libro: è una conversazione che lo rende scorrevole e che riesce a trattare con insospettata leggerezza – nel senso positivo del termine –  temi tanto provinciali, quanto mondiali, riuscirci non è da tutti.

Per le 110 pagine di questa conversazione si è scomodato a scrivere la prefazione Sergio Zavoli, che degli autori ha detto: Pastorin è l’uomo del sogno, cioè della perdizione e della catarsi; Casarin è l’uomo del gioco, del nodo da sciogliere, del gusto di decidere, non di sentenziare.

Noi due in fuorigioco è samba; vuoi per il ritmo dei due interlocutori, vuoi perché Pastorin è nato a San Paolo del Brasile e qualche significato l’avrà.

 

 

“Perché siamo qui, io e te? Tu che sei stato un grande arbitro e poi allenatore di nuovi fischietti, e io che ormai da una vita faccio il giornalista sportivo?

Per mettere a nudo, senza reticenze, senza barriere, senza maschere, un sentimento che è una passione viscerale, un sentimento forte: il calcio.”

 

“Che tristezza questi genitori che accompagnano i figli all’allenamento e che litigano con il mister perché il loro figliolo gioca meglio da interno destro e invece lui lo preferisce a sinistra. Genitori in ansia aggrappati alle reti del campo, pronti ad inveire contro l’arbitro e capaci di rovinare il gioco ai propri figli.”

 

“Alla fine della gara convocai i due tecnici, che erano Ilario Castagner e Gigi Simoni, e li invitai ad ascoltare le ragioni di alcune mie scelte in modo tale che le potessero comprendere prima di rivolgere le loro, se vuoi legittime, proteste ai giornalisti e all’esterno… in settimana ricevetti un’ammonizione ufficiale scritta dal dirigente arbitrale Righetti di Torino che, pur comprendendo in parte questo fatto, mi disse: tieni conto che non siamo ancora maturi per queste cose… Era il 1986. Non il 1936. E continuiamo a essere immaturi anche oggi…”

 

“…la preoccupazione era che serbi e bosniaci, giocatori o spettatori, volessero saldare i conti sul campo di calcio. Immediatamente fuori dal recinto dello stadio c’era una ferrovia dove transitavano dei treni anche importanti, almeno così mi sembrava. A un tratto sento e vedo arrivare un treno. Locomotiva e due vagoni passeggeri. Una volta arrivato vicino al terreno di gioco, ecco che il treno si ferma. Come mai? Un semaforo? No, si erano fermati per vedere la partita.”

 

“Il nostro amico Giovanni Arpino, su la Stampa del 7 novembre 1985, scriveva, a proposito di un Juve-Verona di Coppa dei Campioni giocata a porte chiuse, qualcosa di molto interessante e lungimirante: 

L’avevano definita la partita fantasma: per questa ragione l’abbiamo vista tutti. Forse niente eccita di più di uno stadio deserto. Forse, per chi ha occhi e orecchi, questo potrebbe diventare il calcio del 2000, mostruosamente sponsorizzato e mostruosamente schiavizzato dalle telecamere.” 

 

“E faccio mia una frase di Eduardo Galeano: 

L’utopia è come l’orizzonte: cammino due passi, e si allontana due passi. 

Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. 

L’orizzonte è irraggiungibile. E allora a cosa serve l’utopia? 

A questo: serve per continuare a camminare.”