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Tango, Samba e Beat: pagine scelte

ÁRPÁD ED EGRI di Angelo Amato de Serpis

Arpad ed Egri

Questo libro si è guadagnato la prefazione di Franco Campana, delegato ai rapporti internazionali del Comitato Nazionale Italiano per il Fair Play, e tanto basterebbe per inquadrare il lavoro dell’autore in assoluta sintonia con gli obiettivi di questa rubrica.

 

Angelo Amato de Serpis, scrittore, giornalista pubblicista, collaboratore per testate come “Il Giornale di Napoli” e “Il Mattino”, ha scelto due personaggi dei quali non si è mai scritto e detto abbastanza: Árpád Weisz ed Ernő Egri Erbstein.

Due stelle di prima grandezza della storia del calcio italiano ed europeo con molto in comune, anche al di fuori del calcio: il primo con Inter e Bologna ha vinto tre scudetti tra il 1930 e il 1938 - di un quarto solo le statistiche possono togliergli il merito - e ha rivoluzionato la figura dell’allenatore in Italia.

Il secondo ha raccolto professionalmente il testimone di Weisz ed è stato l’artista che ha cesellato il Grande Torino, quello dei cinque scudetti consecutivi, la più bella squadra che si sia mai vista in Italia e che difficilmente si vedrà in futuro.

 

Entrambi colti, poliglotti, attenti al particolare e aperti al dialogo con i giocatori, i colleghi e i giornalisti, quando non giornalisti essi stessi.

Entrambi ungheresi, entrambi tra i migliori frutti della scuola danubiana, entrambi ebrei in un’Italia fascista, ma con sorti tragicamente differenti, compiute ad Auschwitz e a Superga a cinque anni di distanza.

 

Árpád ed Egri integra le ricerche di Matteo Marani in “Dallo scudetto ad Auschwitz” e di Leoncarlo Settimelli in “L’allenatore errante”, entrando nell’intimo delle persone e cercando di ricostruire quello che non è nelle cronache e non si trova nelle statistiche: è un libro che non si può trascurare, se si desidera aggiungere una tessera al mosaico della storia del calcio.

 

“Egri, quel piccolo uomo, da solo, guidava ogni singolo giocatore quasi si trattasse di una parte del suo stesso corpo: i difensori erano le sue braccia, gli attaccanti le sue gambe, lui era semplicemente il cervello che inviava gli impulsi utili perché tutto funzionasse come doveva. Costituiva la componente più vitale del Grande Torino, ma non gli fu mai riconosciuto il rispetto che meritava.”

 

“Il tecnico ebreo-ungherese era un uomo ottimista, aveva fiducia nel prossimo e rispettava e amava l’Italia, Paese nel quale si era trovato benissimo sin da subito, tanto da sentirsi italiano a tutti gli effetti e orgoglioso della sua civiltà.” 

 

“…l’Italia non conosce l’antisemitismo e crediamo che non lo conoscerà mai… in Italia non si fa alcuna differenza tra ebrei e non ebrei, in tutti i campi…”.

 

“…tutti gli ebrei, anche se discriminati, a qualunque nazionalità appartengano, e comunque residenti nel territorio nazionale, debbono essere inviati in appositi campi di concentramento…”.