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Tango, Samba e Beat: pagine scelte

LOCOS POR EL FUTBOL di Carlo Pizzigoni

Locos por el futbol

Grande cosa Internet, la più grande rivoluzione non violenta, almeno negli intenti, dopo il Rock’n’Roll; chi è nativo digitale – in Italia chi è nato dagli ultimi anni ‘90 in poi – forse non sente né nostalgia, né attrazione verso i volumoni delle enciclopedie e forse nemmeno verso il Rock’nRoll.

Per chi invece è – per usare due odiose espressioni – immigrato o tardivo digitale, cioè che essendo nato prima di quegli anni, anche molto prima, ha accettato la tecnologia digitale, o se ne tiene a scettica distanza, l’enciclopedia è sinonimo di conoscenza e affidabilità.

Se dovessi curare l’edizione di un’opera universale, saprei senza dubbio a chi affidare tutte le voci attinenti al calcio latinoamericano, ma non solo a quello e non solo al calcio: è Carlo Pizzigoni, nato a Pero, dove potete trovarlo quando non è in missione attraverso tutto il subcontinente americano, a pieno diritto la sua seconda (?) casa, classe 1972, impossibile da etichettare.
Giornalista, scrittore, ricercatore, osservatore, appassionato: comunque lo si cerchi di definire, sarà sempre riduttivo; certo è che può vantare importanti collaborazioni con La Gazzetta dello Sport, Guerin Sportivo, Rivista Undici, Il Venerdì di Repubblica, insomma tra tutti i periodici che trattino solo o anche di sport, quelli di qualità: non a caso, nella massa della carta che si lascia scrivere, sono quelli che si avvalgono delle migliori penne e delle migliori teste in circolazione.

A completare l’attività di Pizzigoni c’è la collaborazione con Sky e, ciliegina sulla torta, quella molto stretta niente di meno che con Sua Maestà Federico Buffa, con il quale ha già scritto Storie mondiali, la trasposizione su carta di alcune puntate di Buffa racconta – ma forse sarebbe meglio dire che Buffa racconta è la trasposizione in video di Storie mondiali: solo dopo la lettura di questo libro è possibile apprezzare l’importanza del contributo di Pizzigoni alle migliori monografie di Sky.

E’ in questo contesto che nasce Locos por el Futbol: un’analisi del mondo del calcio latinoamericano, indispensabile per averne una buona visione d’insieme e trovare collegamenti e spunti per qualsiasi approfondimento: un punto di partenza, naturalmente, perché la nostra passione non sia limitata alla trepidazione da una tribuna, o davanti a uno schermo o tutt’al più da una panchina, e alle eterne corse e pedate tra coni e cinesini per gli addetti ai lavori, ma sia supportata da conoscenza e principi, tanto così, per poter pensare e parlare di calcio anche fuori dal Bar Sport e per dare un perché alla nostra attività di dirigenti o istruttori.

Com’è sua consuetudine, Carlo Pizzigoni scrive di quel calcio che è una delle manifestazioni sociali di un tempo, di un luogo e di un popolo e quindi è generoso di digressioni sulla situazione di una nazione in un preciso momento, sull’economia, sulla musica, sulla letteratura: l’inquadramento storico e sociale costante fa di questo libro una lettura di formazione preziosa per ciascuno di noi; un’attenzione particolare è dedicata ai vari dittatori, che nell’area geografica considerata non sono mai mancati e che se non fosse per la ferocia cieca con la quale hanno perseguitato i rei d’opinione, sarebbero con le loro medaglie e le loro coreografie, dei ridicoli personaggi d’operetta.

Prima di sfogliarlo, Locos por el Futbol è anche un oggetto: un oggetto accattivante, che da una vetrina o da uno scaffale cattura l’attenzione con la sua elegante copertina bianca, nera e oro, con un collage composto dalle fotografie dei visi di Pelé, Messi e Maradona; i caratteri, anch’essi bianchi, neri e oro completano la presentazione.

Il bello però viene quando si leggono i titoli dei capitoli del libro e l’inevitabile decisione di leggerlo è data dal contenuto: Carlo Pizzigoni, la sua conoscenza e, per non farci mancare proprio nulla, una prefazione di Federico Buffa e una postfazione di Daniele Adani.

Se è assodato che il mondo anglosassone rappresenta per il calcio la nascita, le regole, la fisicità e una spesso disordinata disciplina, leggendo Locos por el Futbol abbiamo un’ennesima riprova che il calcio ha trovato l’anima e la fantasia solo una volta superato l’Atlantico, dove castigliano e portoghese hanno trovato ritmo e musica.

Naturalmente è travolgente Samba e struggente Tango.

“In tutto il Sudamerica ispanofono, Argentina e Uruguay in particolare, vi capiterà spesso di sentire che l’ápodo, il soprannome, di molti calciatori è «El Loco», il folle. E se te lo affibbiano, non te lo levi più di dosso."

Sbarcato nel Rio de la Plata, il fiume che divide e unisce Buenos Aires da Montevideo, il Football diventò fútbol."

Non cambiava solo la grafia, cambiava l’approccio al gioco, attorno al quale c’era un entusiasmo tutto nuovo In Argentina dicono che gli inglesi hanno inventato il calcio e gli argentini l’amore per il calcio.”

“All’interno di una serie di giocate spettacolari ed esercizi di passaggi che nessuno aveva mai visto, una cosa contro natura per come erano abituati gli inglesi, che si limitavano a tirare il pallone in avanti più forte che potevano."

Il primo manuale di storia del calcio apparve in Italia nel 1930.

Si legge: «Il fútbol rioplatense è il calcio migliore del mondo».”

“Il suo esordio è su una panchina lontana dal grande calcio: la squadra dell’università di Buenos Aires. Fa una selezione di venti giocatori dopo averne visti più di duemila, sottobraccio sempre un vocabolario. «Sono studenti, e io ho il dovere di utilizzare le parole più adeguate, anche se non di uso comune, per assecondarli. Io rispetto loro, loro rispetteranno il mio lavoro».”

“Gli argentini da sempre si riservano uno strano privilegio, un esercizio mentale tutto loro: quella capacità di aspettare, quasi di sperare che le cose più importanti, anche quelle di cui non possono fare a meno, finiscano, per poi poterne provare immediatamente nostalgia.”

“Scartato pure Junior e messo fuori ovviamente Sócrates; ma qui il fisico spaziale del dottore centrava poco, perché l’esclusione era più dovuta alle convinzioni del giocatore, che trascinarono il Paese verso la democrazia. Fu lui, infatti, insieme a pochi altri, il simbolo della democrazia corinziana.”

“Perché come gridò nella pancia del Maracanà Obdulio Varela, la cui maglia col numero 5 rosso sulla schiena è esattamente al centro del Museo del Fútbol nello stadio Centenario a Montevideo, nella più celebre arringa calcistica della storia, composta solo da sei parole: «Los defuera, son de palo», quelli fuori, non esistono. Undici contro undici, anzi undici contro tre milioni.”

“Con questa santa ignoranza di cui mi vanaglorio – tra le altre – in materia di fútbol, non posso fare a meno che confessare i miei sentimenti di stima e rispetto per chi si siede su una gradinata dalle prime ore del giorno, sotto un cielo che certamente non ha nulla di sportivo, ad aspettare che undici caballeros vestiti da ragazzi si impegnino a dimostrare di essere più meritevoli di altri undici, ugualmente abbigliati, e che con le estremità inferiori si può fare, in determinate circostanze, molto di più di quello che solitamente si fa con la testa”.

“Il modo in cui giocavi è stata una lezione.

Pulizia, eleganza, galanteria, correttezza. Tutto ciò che rappresenta la grazia e la purezza dello sport: quello che redime e innalza, convertendo la rozza, brutale e stupida lotta in campo in un’arte nobile per cavalieri”.

“Sampaoli non si lamentò: si limitò a guardarsi in giro. Uscì non solo dal campo ma proprio dal piccolo stadio, e si arrampicò su un albero per urlare suggerimenti ai suoi. Un fotografo lo immortalò. Il giorno dopo lesse il giornale Eduardo José López, il presidente del Newell’s, la storica squadra del «Loco», e decise di proporgli la guida di un piccolo club rosarino, l’Argentino, l’ultimo del Bielsa calciatore”.

“Inventava gioco, Villanueva, e prima di Ronaldinho ma anche Magic Johnson nell’NBA creò il passaggio  «no look», sguardo da una parte e palla che viaggia nella direzione opposta.”

“L’olandese William Paats, originario di Rotterdam, si era innamorato del calcio quando nel suo Paese si utilizzava una corda che univa i pali e faceva da traversa. Arrivò in Sudamerica nel 1895, per prendere incarico nel Banco Mercantil del Paraguay. Fu però nella sua seconda tappa guaraní, nel 1899, dopo un periodo di convalescenza in Argentina, che si convinse a sviluppare il calcio in Paraguay, dove arrivò con una palla sottobraccio, acquistata da Gath & Chaves”.

 “La Confederación sudamericana de fútbol aveva scelto come sede Guayaquil, città costeña famosa per due motivi: fa sbocciare le orchidee più luminose del pianeta e ha ospitato, nel 1822, l’unico incontro mai avvenuto tra i due grandi libertadores dell’America Latina: Simón Bolívar e José de San Martín”.

 “Se è vero che i grandi giocatori possono nascere ovunque, è indiscutibilmente vero che in Sudamerica continueranno a nascere campioni che alimenteranno sogni e speranze e rappresenteranno l’orgoglio dei quartieri, ancor prima che delle città o delle nazioni. Si sa che il calcio è la cosa che più di ogni altra appartiene a tutti, senza distinzioni di ceti sociali, sesso, religione, età, colore della pelle. Allora sarebbe bene chiedersi (o meglio, constatare) in quale altra parte del mondo sia in vigore questa legge non scritta come in Sudamerica”.