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Tango, Samba e Beat: pagine scelte

LE PARTITE NON FINISCONO MAI di Darwin Pastorin

le partite non finiscono mai

 

“Per essere devoto delle belle lettere e del bel calcio, leggo le cronache di Darwin Pastorin come chi ascolta messa.”

 

Così ebbe ad esprimersi il rimpianto Eduardo Galeano, uno dei grandi della letteratura sudamericana moderna, che con l’autore di questo libro aveva in comune le caratteristiche di saper usare al meglio lo strumento della scrittura e la passione per il calcio, ma soprattutto un legame di profonda stima ed amicizia.

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei: detesto le perle di saggezza popolare, gli adagi, i proverbi e i luoghi comuni, possono fare più danni di un’arma da guerra, ma una volta tanto ci azzeccano. Sarebbe statisticamente improbabile il contrario.

Conosco a sufficienza Darwin Pastorin da non lasciarmi sfuggire i suoi lavori ma, da maniaco reo confesso della carta stampata, sono riuscito a trovare questo libro, dedicato ai meninos de rua del Brasile e di tutto il mondo, in un’edizione speciale fuori commercio e per questo motivo il piacere di leggerlo è iniziato già nel momento dell’acquisto.

  

 

Chi, come Pastorin, è nato in Brasile negli anni ’50 ed ha seguito successivamente la sua famiglia di ritorno in Italia, del calcio non si è fatto mancare nulla, dividendo la passione tra Palmeiras e (un difetto deve pur averlo) Juventus, potendo avvicinare i più grandi campioni di due continenti e di epoche difficilmente paragonabili ai nostri giorni: non esiste sport senza cultura, a meno che non lo si voglia ridurre a niente più che pratica o osservazione di un attività muscolare, e non esiste calcio senza un libro di Darwin Pastorin; questo, come tanti altri.
Questo, naturalmente, è Samba!

  

“Avrei voluto essere Garrincha e Anastasi, un po’ anche il Che Guevara.

Alla fine, ho fatto il cronista sportivo. A modi mio, per carità: raccontando non soltanto il fatto tecnico…” 

 

“Tutti in fila. Noi giovani di undici, dodici anni. Con le nostre gambette esili e i nostri cuori in tumulto.

«ne prendiamo uno solo.» Silenzio. Fiato trattenuto. Dita incrociate.

«Lui!» E indicarono un ragazzino di colore.

Il figlio di Sidney Cunha Cinesinho, il numero 10 della Juventus di Heriberto Herrera.”

 

“Avete visto o sentito atleti super pagati dalle multinazionali dell’abbigliamento, o dirigenti che vivono come sultani a Montecarlo, alzare la voce per denunciare questo obbrobrio?”

 

“E’ lì, sul verde del prato, che si consuma la giustizia del pallone, non nei palazzi del potere, non nella furia ubriaca del teppismo tifoso, non nell’arroganza di chi pensa di possedere le chiavi della  verità come se il calcio fosse una scienza esatta, un incomprensibile laboratorio di schemi e alchimie.”

 

“Lo sapete: io vivo, soprattutto, di ricordi.

La mia infanzia a San Paolo del Brasile, dettata dai dribbling di Garrincha e dai gol del giovane Pelè. Di Gilmar che stava per diventare mio cugino perché era fidanzato con mia cugina.”