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Tango, Samba e Beat: pagine scelte

STORIE DI SPORT RIBELLE di Pasquale Coccia

Storie di sport ribelle“Conoscevo le regole, ho ricevuto la palla, sento ancora la pelle umida ed il suo inconfondibile odore, sotto le dita il ruvido filo dell’allacciatura, l’ho afferrata e ho corso, schivando gli avversari ero così entusiasta di poter provare a segnare che non ho passato il pallone. Ho visto il ragazzo che veniva verso di me, l’ho schivato, ho fatto un ultimo interminabile scatto, ero quasi senza fiato, il cuore batteva forte e le gambe mi tremavano, poi ho schiacciato il pallone a terra, proprio sulla linea.”

 

Potrebbe essere l’ordinaria amministrazione di tutte le settimane e di tutti i campi, se non fosse che l’azione si svolge nel 1887 ed è tratta da una pagina del diario di una bambina irlandese di dieci anni, la prima donna della quale sia documentato l’ingresso in campo in una partita di rugby: Emily Valentine “aveva profanato il gioco del Rugby, sport considerato per eccellenza esclusivamente al maschile”.

 

Lo Sport, quello rigorosamente con la S maiuscola, inteso come manifestazione sociale, come via di emancipazione, di conquista di un diritto: questi sono i temi che vengono approfonditi nella raccolta di articoli e interviste, pubblicati tra il 2012 e il 2016 sul quotidiano Il Manifesto.

Considerata l’impostazione di "Storie di Sport Ribelle", un libro scomodo, a tratti anche ostico, è chiaro che non siamo di fronte ad un romanzo, ma ad una buona fonte di informazioni, utile per renderci conto della strada che attraverso gli anni ha portato come risultato una buona diffusione della cultura sportiva e una larga fruibilità della maggior parte delle discipline.

A seconda dei tempi e dei luoghi ci sono stati sport considerati non adatti alle classi sociali privilegiate, come sport assolutamente preclusi a quelle meno agiate, sport proibiti alle donne –un tempo tutti– e  sport difficilmente conciliabili con una religione, sport i cui praticanti avevano una precisa connotazione politica e sport assolutamente sconosciuti in certi Paesi, nei quali verranno tuttavia raggiunti i maggiori risultati agonistici.

 Ancora oggi alle donne non viene riconosciuta la parità dei diritti nello sport, ma se la stanno meritatamente guadagnando, in misura anche superiore rispetto ad altre attività sociali; lo sport professionistico e lo sport dilettantistico, quello maschile e quello femminile, quello popolare e quello d’élite, dimostrano in modo esauriente come la cultura e la professionalità siano distribuite senza rispetto per la divisione e solo una cattiva e parziale informazione sostiene posizioni di privilegio.

Lo sport avrebbe per sua natura principi di democrazia, quanto a partecipazione, e contemporaneamente meritocrazia, quanto a risultati e idee; non è più il tempo che società che giocano le loro gare più importanti con le banche e con i giudici godano di risorse economiche e umane, che potrebbero essere meglio destinate per altri fini. 

Ogni sistema chiuso è destinato a soccombere o aprirsi per tendere all’equilibrio: nei capitoli di questo libro troviamo vari segnali di conferma di questa lenta tendenza.
Il libro è senz'altro Beat, come ogni rivoluzione di idee.

 

Pasquale Coccia, docente di educazione fisica al liceo classico Parini di Milano, è scrittore e giornalista sportivo per Il Sole 24 Ore, La Gazzetta dello Sport e Il Manifesto ed è attivamente impegnato nell’associazionismo sportivo del settore no profit; per la Confederazione delle Associazioni Provinciali dei diplomati ISEF e dei laureati in Scienze Motorie ha pubblicato il libro bianco  “Educazione fisica e sport nelle scuole d’Europa”.

 

“Per tornare a quella domenica pomeriggio di marzo del ‘48, Italo Calvino per quanto inviato dalla redazione a seguire Italia-Inghilterra, non varcò i cancelli dello stadio comunale di Torino. Fu attratto da tutto quanto succedeva intorno allo stadio, il brulicare dei tifosi, le bancherelle, i bagarini attivi fin da allora, una delle poche cose che resiste al calcio globalizzato.”

 

“Pratolini amava definirsi «uno sportivo da caffè» ma dietro a quell’innocua definizione si celava un raffinato intenditore di sport, e a differenza di tanti intellettuali comunisti, colse nel profondo il legame tra lo sport e la società.”

 

“Il 23 agosto del 1968, quando i carri armati invasero Praga, Emil Zàtopek non esitò a rivolgersi ai soldati invasori in lingua russa e davanti a una folla di connazionali, che lo ascoltava nel corso di un comizio volante improvvisato, disse: «Vi hanno mandato a schiacciare una controrivoluzione che esiste soltanto nella fantasia di pochi individui indegni di chiamarsi socialisti. Andatevene!».”