EUCOOKIELAW_BANNER_TITLE

Parliamo di ...

IL COMPENSO

soldi euro banconote mazzetteIl contenimento dei costi in una società sportiva è uno degli obiettivi maggiormente perseguiti e costantemente monitorati, anche se l’errore più frequente commesso dai club dilettantistici è proprio quello di “lesinare” sul budget allenatori, soprattutto quelli del settore giovanile. L’investimento maggiore dovrebbe riguardare, infatti, proprio la base della piramide educativa sportiva del club, e solo per la differenza il potenziamento del vertice (mister e giocatori della prima squadra) che, in caso di solide fondamenta, avrà bisogno di pochi ritocchi e minori risorse economiche in quanto già presenti e formate all’interno della società stessa.

Quali possono essere dunque le richieste economiche al momento del colloquio iniziale con il club?

La decisione di quanto richiedere va presa ben prima dell’incontro, sulla base delle informazioni assunte sul club tramite il “passa parola” e alla luce delle proprie scelte dettate da esigenze personali. Condividendo il pensiero che «quanto sperate di percepire e quanto avete bisogno di guadagnare sono due concetti ben diversi» , per essere preparati ad affrontare il responsabile della società a trattare anche sull’aspetto economico è necessario ripensare alle motivazioni che ci hanno spinto ad allenare. Le risposte sono diverse, perché personalissime, ma non possono non influire sull’aspetto della “giusta” retribuzione, anche perché qualcuno potrebbe ben decidere di allenare proprio per integrare le proprie entrate economiche. Se la scelta è stata determinata dalla passione e dalla ricerca di svago, se il club è convincente per la struttura e per il gruppo di atleti a disposizione, magari in una location non lontano da casa, è preferibile “barattare” una parte del compenso per la qualità e serenità della vita sportiva, forse finalmente raggiunta: in questo caso, un centinaio di euro in più a stagione sportiva potrebbe essere ben sacrificato per quella qualità e serenità che a volte non ha prezzo.

Attenzione, in ogni caso, a non voler insistere per ottenere a tutti i costi di più, specie di fronte a una ferma resistenza del club, magari anche rilanciando con la richiesta di un eventuale premio o bonus in caso di risultati soddisfacenti, oppure la riconferma nel ruolo per la stagione successiva: al di là di un’attenta valutazione del momento della richiesta e dell’atteggiamento del nostro interlocutore, non  va purtroppo dato per scontato il rispetto della parola ottenuta, per tutta una serie di varianti che potrebbero subentrare nel corso o nel finale della stagione. Nell’ipotesi in cui il club imposti unilateralmente la “linea economica”, per un “prendere o lasciare”, senza cioè spazio per una trattativa più favorevole, si rivelerà ancor più utile rammentare le varianti suesposte essendo consapevoli che, pur cercando di ottenere per noi il massimo, non sempre questo è monetizzabile o raggiungibile. L’importante, comunque, è non rimetterci, perché la professionalità e la competenza acquisita vanno riconosciute, senza essere svalutate o sminuite.

A tale proposito, va segnalata l’ultima e discutibile “moda” di alcuni club non pagare gli allenatori o, persino, l’ancor più discutibile tendenza a richiedere agli allenatori di procacciarsi uno sponsor personale che fatturi al club l’importo che poi andrà “girato” all’allenatore. Tali pratiche non possono che svilire la categoria, come del resto anche la decisione di chi è disposto a pagare di tasca propria il club pur di allenare una squadra. In fin dei conti, se è pur vero che ad esempio il calcio è uno sport di massa e popolare, non per questo gli allenatori dovrebbero essere trattati diversamente dagli altri istruttori sportivi: i maestri di tennis o gli istruttori di nuoto e magari chi insegna in palestra, naturalmente con i dovuti paragoni, non sono forse pagati ed anche in modo dignitoso, oppure dispendano gratuitamente le ore di lezione e i corsi?  Decidere se, quando e, soprattutto a favore di chi dedicare tempo ed energie gratuitamente, è comunque un sacrosanto diritto dell’allenatore.

Compenso o rimborso spese , premio di tesseramento  o contratto, stretta di mano e accordo sulla parola, progetto annuale o pluriennale, squadra da vertice o da far crescere, sono altre varianti idonee a condizionare la linea di comportamento al momento di discutere di denaro, insieme naturalmente anche alle informazioni raccolte sulla solvibilità del nuovo “datore di lavoro”: che senso ha accordarsi per un importo superiore, laddove i precedenti e le informazioni ricavate dipingano il club come insolvente? Inoltre, rimandando all’abilità di ciascuno nel condurre in modo personale le proprie trattative per il raggiungimento dell’accordo economico secondo le peculiari caratteristiche e aspettative, mi permetto di dissociarmi dal luogo comune in base al quale “più chiedi più vali” anche se purtroppo, nella pratica quotidiana, i fatti e la vita professionale in generale sembrano avvalorare sempre di più questa tesi.  

 1) H. A. Medley, Come sostenere un colloquio di assunzione, ed. FrancoAngeli/Trend, 1995, pag. 197

 2) Vedi Legge 25 marzo 1986 n.80, Legge 13 maggio 1999 n.133, Decreto del Ministro delle Finanze del 26.11.1999 n.473, Legge 21 novembre 2000 n.342, Legge n. 289/2002, art. 90, comma 3

  3) Per il calcio, tra tutti, vedi L’allenatore n. 3/2012 e www.aiacbo.it  e sub CU LND 89 del 07.10.2013

Roberto Alessio

 

Questo sito web è conforme ai principi che animano l’A.C. Asola e quindi l’apertura nei confronti delle opinioni è reale, non d’immagine; è per questo motivo che pubblichiamo con piacere il nuovo intervento del nostro prezioso collaboratore Roberto Alessio, persona esperta e competente che, ricordo, da docente della Scuola Regionale dello Sport del CONI, è venuto ad Asola a tenerci un’interessante lezione su un argomento specifico poco dibattuto, sobbarcandosi una trasferta di 650 Km tra andata e ritorno solo per passione e sempre per passione continua ad arricchire questa sua rubrica con i suoi articoli.

In linea di massima, seguendo come guida la legge del “mercato del lavoro”, posso condividere integralmente questo articolo, ma si rendono indispensabili alcune precisazioni, senza le quali il lettore più distratto potrebbe giungere a conclusioni dettate dai più insulsi luoghi comuni in circolazione.

Sento spesso affermare che “per niente non muove la coda nemmeno il cane” oppure che “se sei poco pagato, sei poco considerato”: nulla di più distante dalla realtà!

Occorre subito fare un distinguo tra l’istruttore di una società dilettantistica, anche delle meglio strutturate, come è senza dubbio ad esempio l’A.C. Asola, e l’istruttore di qualche centro benessere di località turistiche alla moda: mentre il primo è per definizione stessa un dilettante e quindi la sua gratificazione è data dallo svolgimento della sua attività, l’altro è un professionista e in base al mercato del lavoro ha una retribuzione proporzionata al tempo impiegato e alla qualità della sua prestazione.

Questa precisazione non sminuisce la figura dell’istruttore dilettante, che può comunque agire con la massima professionalità della quale è capace, e non ostacola la consuetudine di un rimborso spese, che non è comunque retribuzione e non è commisurato al valore della prestazione, né al tempo. 

A completare il quadro delle possibilità, non è rara la figura dell’istruttore professionista, magari in una società di serie A, che fa anche il dilettante per la piccola società, alla quale è legato da vincoli di natura più varia.

Se proprio qualcuno volesse prendersi la briga di fare il ragioniere, dati utili al calcolo potrebbero comunque essere i compensi dei dirigenti (zero), i loro orari (illimitati), le possibilità della società, l’elasticità e la tolleranza della quale gli istruttori godono nello svolgimento della loro attività, l’appartenenza ad un gruppo, la maglia indossata magari per anni, al punto di averla tatuata sulla pelle e chi più ne ha, più ne metta.

Grazie, Roberto, sono certo che anche in questo caso, siamo come sempre in sintonia.

 

Paolo Balbi