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IL CONFLITTO COME "SFIDA" AL MISTER

Sfida

Sfida
Durante la carriera di allenatore si prospetteranno numerose problematiche da fronteggiare prontamente.
Uno dei nostri giocatori, ad esempio, potrebbe non apprezzare il nostro modo di lavorare, gli atleti che gestiamo potrebbero non nutrire un particolare slancio affettivo gli uni verso gli altri e potremmo incontrare delle difficoltà a ottenere che il nostro assistente esegua correttamente ciò che gli abbiamo richiesto. Inoltre, ipotesi non certo rara, potremmo trovarci a non essere più in sintonia con la dirigenza del club per una serie di svariati motivi, a causa ad esempio del mutamento dei programmi o per le divergenze di opinioni, a volte persino accese.

Una delle possibili cause che dà origine al conflitto nelle relazioni interpersonali, è data spesso dal modo in cui l’informazione è fornita e recepita, potendo diventare fonte di malintesi e errori anche se, in molti casi, i conflitti possono vertere sul “che cosa bisogna fare” e sul modo di farlo, oppure possono riguardare i “valori”: questi ultimi, come abbiamo già esaminato, indubbiamente sono i conflitti di più difficile risoluzione.
Spesso, uno o più giocatori lanciano autentiche sfide nei riguardi dell’allenatore, non solamente nel settore giovanile, evidentemente in ragione delle incomprensioni e delle differenze caratteriali tipiche della fase adolescenziale, ma anche tra gli adulti dilettanti e professionisti. «Quel giocatore mi ha sfidato, vuole farsi bello e mettermi in discussione! Adesso gli faccio vedere io!» è solo una delle frasi frequentemente pronunciate sui campi di calcio da allenatori indispettiti e colti alla sprovvista.

La sfida in questi casi diventa un vero e proprio “braccio di ferro”, nel reciproco tentativo di imporsi sull’altro. In alcuni casi, si sentono anche “curiose” obiezioni sollevate da alcuni “seniores“ che raggiungono l’incredibile, arrivando ad accusare il mister di arrogarsi il diritto di fare lui la formazione della squadra! Ma in tal caso è indubbio che vi siano malesseri nascosti e irrisolti.

Quando, invece, a sfidare l’allenatore è l’intero gruppo o una parte nutrita di esso, magari costituita dai giocatori più rappresentativi, si può parlare realisticamente di contestazione: giocatori che si allenano da soli senza autorizzazione o senza seguire le linee guida oltre a dare evidenti segnali di maleducazione, che devono essere corretti dalla dirigenza, denunciano che qualcosa all’interno della squadra e nei rapporti con il mister in particolare s’è rotto. Il giocatore che sfida il mister lo fa per i più svariati motivi, sostanzialmente riconducibili a un gioco di potere e a un tentativo di mettere alla prova l’autorità altrui, ad esempio per: * 

  • dimostrare che è in grado di fare quello che più gli piace;
  • “vincere” sull’allenatore e acquisire il ruolo di leader (negativo) tra i compagni di squadra
  • verificare fin dove può spingersi con la sua sfida;
  • far capire all’allenatore che non è d’accordo su come viene trattato o semplicemente dimostrare agli altri che è un duro.

L’energia dell’allenatore, costretto a confrontarsi con il giocatore sfidante, dovrà essere indirizzata efficacemente nel gestire il disagio che ne deriva, per poi essere capace di ricavare comunque qualcosa di buono per la squadra: «Dimostrami che sbaglio, fammi vedere quello che sai fare… e ne riparliamo» potrebbe essere un efficace modo di porsi nei confronti dell’atleta “ribelle”. Attenzione, perché a volte l’atleta è ribelle o difficile solo nella nostra testa e, ancora, a non porsi o scendere sullo stesso livello di discussione, specie se acceso o irriverente.
La capacità di mantenere un certo distacco è indubbiamente importante nella gestione del conflitto e nella ricerca e nell’adozione del rimedio più efficace, soprattutto perché il mister non è e non deve mai porsi in competizione con gli allievi. Infine, c’è il rischio che siano gli allenatori a lanciare una sfida al giocatore, magari con l’intento di stimolarlo a un maggior impegno e crescita o, in altri casi, con l’intenzionale e “sadica” finalità di porlo di fronte ai propri limiti, proprio nel caso in cui ci abbia sfidato in precedenza. Il ricorso a tale forma di “provocazione” andrà sicuramente “dosato”, soprattutto nel caso in cui il nostro interlocutore sia un atleta del settore giovanile in quanto, in caso di fallimento, si rischia irrimediabilmente di abbassarne l’autostima. Inoltre, non vi è nulla di peggio di lanciare sfide dalle forze impari o dagli equilibri già segnati in precedenza.
L’allenatore deve proporre la sfida in modo positivo, per verificare il grado di maturazione dell’allievo rispetto allo svolgimento di altri compiti che lo stesso giocatore ha richiesto con insistenza e per i quali probabilmente non è ancora pronto, per poi verificarne serenamente e congiuntamente gli esiti.

* V. Prunelli, in op.cit., pag. 262

da “Nella valigia dell'allenatore-Viaggio di un allenatore consapevole” III ed. marzo 2014