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IL DIRIGENTE ARBITRO - Senza voler insegnare niente a nessuno

Fischietto

Fischietto
Tra le varie componenti che operano nel mondo del calcio giovanile in Italia, negli ultimi anni ha assunto un ruolo di primaria importanza la figura del dirigente arbitro.
Concepito per sopperire alla difficoltà di reclutare nuovi arbitri e per “tagliare” una voce di spesa nelle gare del settore giovanile, il dirigente arbitro nella pratica dovrebbe rivestire il delicato ruolo di paziente ed equilibrato “istruttore” durante le gare alle quali partecipano i giovani atleti, nella fascia under 12.
Infatti, considerate le innovazioni introdotte dalla F.I.G.C. negli ultimi anni per il Settore Giovanile e Scolastico, questa figura oramai non più nuova, dovrebbe contraddistinguersi per le connotazioni didattiche e educative, per un approccio meno severo e meno autoritario alla gara, per la disponibilità a spiegare gli errori agli atleti, come ad esempio nell’effettuazione delle rimesse laterali, aspetti che non potevano istituzionalmente caratterizzare l’arbitro tradizionale.
Dunque una figura, garante dello spirito del gioco, in grado di assicurare le pari opportunità e la continuità di gioco e, soprattutto, il piacere di giocare, a beneficio della crescita dei giovani calciatori.
Tuttavia, pur essendo i presupposti sicuramente lodevoli, troppo spesso frequentando i campi di gioco, capita di imbattersi in arbitri-dirigenti distratti o distaccati, a volte nervosi, persino indaffarati a intrattenere nel corso della gara il pubblico con risposte o polemiche, vanificando in questo modo l’intento educativo dei più giovani e compromettendo il raggiungimento degli obiettivi prefissati dalla Federazione.
Esercitandosi in questo ruolo, i giocatori e gli stessi dirigenti potrebbero sperimentare sulla propria pelle le difficoltà e gli errori in cui i tradizionali arbitri incorrevano e continuano a incorrere: insicurezza, ansia da prestazione, eccesso di protagonismo, fallibilità delle decisioni.
Sono, queste, situazioni e stati d’animo che vanno vissuti in prima persona per capire non solo gli altri, ma anche i propri limiti. In questo modo, anche grazie alla partecipazione ai corsi d’aggiornamento e consentendo l’arbitraggio delle gare agli atleti o al nostro stesso dirigente accompagnatore, magari nell’arco della settimana nelle partitelle d’allenamento, si potrebbe riuscire a superare il senso di diffidenza o intolleranza verso una categoria calcistica accettata o sopportata spesso mal volentieri.

Attraverso l’esperienza diretta sul campo, ad esempio in occasione di un autoarbitraggio, molte delle parti che ruotano all’interno della società potrebbero riuscire a concepire e accettare che:

  • è fondamentale porre sempre il ragazzo al centro dell’attenzione, salvaguardandone l’incolumità e il divertimento;
  • la gara rappresenta un importante strumento di verifica e di crescita del giovane, non un’occasione per mettere in mostra se stessi, magari scimmiottando con buffi atteggiamenti, imitazione di lontani e irraggiungibili “paradisi” dei professionisti;
  • l’umiltà, la consapevolezza dei propri limiti, la curiosità di aggiornarsi per superarli e conseguentemente migliorarsi sono requisiti imprescindibili che ogni giudice di campo sul campo deve possedere.