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Brasile 2014 visto da Francesco Ratti

ANALISI (A CALDO) DI UN FILM GIA' VISTO

Assoluta carenza di gioco, come da buona tradizione italica. Nessuna occasione da rete. Le solite polemiche arbitrali per giustificare la sconfitta, con la rievocazione del fantasma di Byron Moreno. L'ennesima conferenza stampa strappalacrime, con annesse dimissioni. Scene di un film già visto. Se il calcio è metafora di vita, in Italia sappiamo essere estremamente allegorici. Dal vittimismo al pietismo, la cena è servita.

Italia-Uruguay è stata una partita bloccata, improntata sul tatticismo e sull’attendismo. La Celeste, pur sempre temibile, è lontana parente della squadra che vinse la Copa America tre anni fa, fortissima in attacco ma poco propensa alla costruzione a centrocampo. Gli azzurri avrebbero potuto giocare la partita a viso aperto ma, mantenendo fede al proprio DNA sportivo, si sono difesi dal primo minuto. La rete decisiva è arrivata da una palla inattiva, piatto forte dei sudamericani, i quali avevano comunque cercato la porta avversaria in altre occasioni. Italia a casa, giusto così, ci siamo risparmiati la probabile figuraccia contro la Colombia del prof. Pekerman.

Italia-Uruguay è territorio di sfida tra allenatori. Ha stravinto Tabarez, con le sue scelte azzeccate frutto di esperienza internazionale e intelligenza. Il Professore conosce i limiti della propria squadra e lavora su questi, sa che non potrà offrire un gioco arioso ma dovrà giocoforza sfruttare i propri avanti e i palloni alti. Alla garra, unisce ordine tattico e una certa pazienza nella ricerca delle occasioni propizie. Risorge Artigas, Celeste agli ottavi di finale.

Cesare Prandelli, buon allenatore sia chiaro, di questo Mondiale ha capito ben poco. Dopo la lezione tattica subita da Jorge Luis Pinto lo scorso venerdì, egli decide finalmente di schierare le due punte, mantenendole però distanti dal resto della squadra, così protesa all’indietro è con un’anacronistica difesa a cinque. Poco movimento senza palla, niente gioco, niente reti. Prandelli va oltre le proprie colpe e con molta dignità si dimette. Un nuovo allenatore non basta per far nascere un nuovo modo di fare calcio.

Se Marco Antonio Rodriguez Moreno è stato fiscale circa l’espulsione di Marchisio, altrettanto rinunciatario è stato l’atteggiamento azzurro nelle ultime due partite. L’Italia si presentava ai nastri di partenza con poche ambizioni, se non quella di passare il primo turno, e presto si è capito il motivo. Un buon centrocampo, nulla più. Un solo giovane di spessore internazionale (Verratti). La tradizione secolare di grandi difensori bruscamente interrotta. L’incapacità di produrre giocatori di estro e fantasia, soffocati da un gioco troppo improntato sulle ripartenze e sulla fisicità. Sono questi i problemi (reali) del sistema calcio italiano. Occorre ripartire dalle fondamenta, le quali, però, devono essere ben salde.