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QUELLO CHE I GIORNALI NON RACCONTANO

Penso che non sia facile trovare un intervento di qualità come questo che vi propongo, scritto da Andrea Cinelli, responsabile tecnico di una società che non avrebbe neppure bisogno di presentazioni, l'A.D.C. Mario Rigamonti...
Rigamonti: è sufficiente sentirla nominare, che subito e ne percepisce il prestigio, una società con una storia alle spalle, con impianti sportivi da far invidia a parecchie società professionistiche, una società che annovera solo squadre del settore giovanile, fino alla categoria allievi, che è serbatoio per le formazioni del Brescia Calcio, ma che deve il suo successo non al passato, ma al presente, fatto di collaboratori altamente selezionati per competenza e attitudine.
Andrea Cinelli è un esempio di grande professionalità, unita a pronta disponibilità e spirito collaborativo nei confronti di istruttori e dirigenti di altre società, all'insegna del dialogo e dell'apertura nei rapporti.
Ai lettori della rubrica il piacere che dà un articolo forte, ma garbato, scritto da chi non ha traccia di timore delle proprie idee e che non vuole demonizzare nè i giornali, nè i giornalisti, ma evidenzia un punto migliorabile nella comunicazione: nella critica si cresce.

QUELLO CHE I GIORNALI NON RACCONTANO di Andrea Cinelli

D'accordo, il racconto sportivo non è facile, così come quello di guerra. Tutti abbiamo la nostra particolare visione. Gli esiti degli incontri (e scontri) pesano sempre come macigni e spesso offuscano aspetti importanti, forse i più importanti. I grandi giornalisti sportivi (e inviati di guerra) sanno cogliere tali aspetti, sanno leggere oltre il dato più appariscente.
Non siamo certo tanto ingenui o presuntuosi da paragonare i grandi eventi sportivi (non dico bellici!) alla nostra piccola realtà e non ci aspetteremmo certo che i racconti delle nostre minime "battaglie" fossero affidate a penne capaci e aventi la buona volontà di andare oltre il dato superficiale.
Tuttavia, ci rammarica che quella che è stata una grande giornata di sport giovanile venga riassunta con metafore quali "in ginocchio", con parole quali "stende", focalizzando l'attenzione su ciò che ha rappresentato il momento meno interessante dal punto di vista sportivo, ovvero i calci di rigore. Sia chiaro che queste parole non intendono disconoscere i meriti del Real Leno, che si è conquistato con diritto la finale e, con tutta probabilità, anche il trofeo.
Se tuttavia lo scopo del Trofeo Bresciaoggi è la promozione del calcio giovanile, ci si aspetterebbe che, pur con le esigenze di sintesi che comprendiamo, il giornale promotore di tale pregevole manifestazione raccontasse gli eventi con un'attenzione maggiore nei riguardi dei valori importanti di esso e non ne cogliesse solo gli aspetti superficiali, a imitazione del calcio dei grandi.
Ci sarebbe piaciuto, insomma, che fossero messe in rilievo anche altre cose, perché nel calcio giovanile (se non in quello degli adulti), fortunatamente, esse contano ancora e si deve fare in modo che continuino a contare se si vuole dare un futuro ai nostri giovani sportivi.
Purtroppo la cultura sportiva nel nostro paese è troppo spesso rappresentata male soprattutto dai giornali e dai media, e tale scadente rappresentazione alimenta ciò che di peggiore il nostro sport evidenzia (ogni riferimento a testate che sopravvivono mettendo i risultati e le classifiche dei campionati dell'attività di base, per non parlare dei voti ai giocatori, non è casuale).
Continuiamo insomma a guardare il dito e non la luna. Il risultato è il vero idolo e il nostro movimento sportivo, innanzitutto giovanile, è in declino, perde sempre più strada rispetto agli altri paesi, proprio perché la rappresentazione che ne facciamo non vuole e non sa considerare i suoi veri valori: ciò comporta capacità di approfondire, volontà di non essere banali e di comprendere davvero le cose, al di là dei numeri, ma soprattutto l'intento di raccontare per contribuire alla crescita culturale del nostro ambiente sportivo e non solo per soddisfare la voglia di trovare vincitori e vinti.
Si potrebbe obiettare che un tale sforzo non sarebbe giustificabile per eventi sportivi di così insignificante portata, ma credo che tutti i contesti riguardanti il processo educativo dei giovani debbano essere considerati importanti e si debba essere accorti nel trattarli.
Noi vogliamo invece raccontare innanzitutto di due ottime squadre, che hanno dato vita a un incontro avvincente, ricco di occasioni fino all'ultimo da entrambe le parti; la confusione, che secondo il giornalista hanno determinato i cambi, è stata voglia di vincere, coraggio, doti scomparse dalla mentalità del calcio italiano, anche giovanile, in cui si assiste sempre più a tatticismi esasperati (che non significano competenza tattica), secondo la mentalità del limitare i pericoli e "primo non prendere rischi". Allenatori intenti a richiamare infinite coperture difensive (perché si ha paura del duello individuale), o allontanamenti a casaccio della palla dalla propria area esaltati con ovazioni.
Vogliamo raccontare di queste due squadre che, nella partita che per chi conosce i valori delle quattro squadre semifinaliste costituiva la vera finale, giocano prevalentemente con palla a terra, partono con la manovra dal portiere, senza rilanci a caso, cercano di variare le strategie, affrontano i duelli individuali con coraggio, frutto non casuale di un programma che è il fondamento di questi due settori giovanili.
Vogliamo raccontare della rivalità che convive con la stima reciproca (in due stagioni quanti derby col mio stimato amico "Gil", quanti sorrisi e quante lacrime da entrambe le parti), perché reciproca è la condivisione di alcuni valori fondamentali dell'attività giovanile.
Vogliamo raccontare di come i ragazzi hanno saputo vivere una cocente sconfitta, hanno lasciato scorrere via cose che forse non si possono raccontare in un articolo (una semifinale giocata non in campo neutro, ma in casa dell' avversario, cosa non usuale per un trofeo, un goal preso in posizione di evidente fuorigioco, due occasioni fermate dalla vista dell'arbitro curiosamente precisa a senso unico, i "tifosi" avversari dietro la porta durante i rigori); tutte cose che fanno parte del calcio e che devono essere accettate col comportamento esemplare che hanno mostrato i nostri ragazzi, ma che nella sintesi del giornale diventano quel "in ginocchio" così banale e ingiusto da meritare almeno una replica.
Parole frutto del rammarico per la sconfitta o di una mentalità utopistica? Può darsi, ma se lo sono, lo sono allo stesso modo di quel terzo tempo (saluto al termine delle partite in casa di tutte le nostre squadre durante il quale i nostri giocatori si schierano su due file e applaudono gli avversari stringendo loro la mano). Unica società sportiva a farlo.
Ma di questo, e di molto altro, i giornalisti sportivi non si sono mai accorti.

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