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Volta la carta

CENTO DOLLARI

Benjamin Franklin (1706-1790):
Statunitense ante litteram, sostenuto da una ferrea etica puritana e ispirato ai principi dell’Illuminismo, in politica e in diplomazia abbracciò la causa dell’indipendenza e dell’unione delle colonie americane, giornalista, scienziato, sportivo, musicista.
Cento dollari

Cento dollari
Cosa c’entra Benjamin Franklin con il calcio? C’entra, c’entra.
So di non essere da solo a considerare che il pianeta calcio debba essere più profondo di quel che traspare dalla pompa di facciata di qualche esperto o dai battibecchi di tante televisioni, ciò nonostante non mi capacito del disciplinato silenzio che accoglie certi argomenti.
Nel mio ottimismo mi aspetto ancora che tra giovani sani e attivi nulla passi inosservato di ciò che riguarda la nostra passione e che ogni notizia generi approfondimento e dibattito; non voglio concludere superficialmente che nelle ultime generazioni sia affievolita la capacità di reagire e manifestare le opinioni, senza faziosità, solo per amore del confronto, per la consapevolezza che un’idea o un progetto che si ponga al riparo dalle critiche, è destinato ad implodere, per lasciare spazio a qualcosa di più vitale e aperto o, nella peggiore delle ipotesi, al vuoto.
Sembra quasi che dirigenti e tecnici delle nostre piccole (certe solo per dimensioni) società dilettantistiche non siano sfiorati dalle notizie sui costumi che vanno caratterizzando progressivamente i quadri e i vertici delle federazioni nazionali e della FIFA; un esempio palese è l’assenza dalle discussioni delle vicende legate all’organizzazione dell’ultima Coppa del Mondo e di quelle prossime venture: prima tra tutte quella del 2022 in Qatar.

Accanto ai problemi quotidiani dello sponsor che non rinnova l’appoggio alla nostra società, dei debiti con le banche, del collaboratore pensionato che riduce l’impegno al campo sportivo, dell’istruttore che fa le bizze o del genitore che pretende un trattamento di favore per il figlio campione, anche qualcosa che succede intorno a noi nel mondo è calcio e mi aspetto che coinvolga qualsiasi persona capace di avere un’opinione e di confrontarla, anche di cambiarla, quando è il caso.
Una bella banconota verde con il ritratto di Benjamin Franklin, cento dollari statunitensi (al cambio attuale circa 75 euro), nel nostro mondo, dilettantistico o professionistico non fa differenza, può avere molteplici valori.

Cento dollari possono rappresentare il costo di sette buoni palloni da allenamento, di un kit firmato da una delle marche che vanno per la maggiore e commercializzato dalla società professionistica di turno, il compenso di una decina di giorni per un istruttore, la retribuzione (mascherata da rimborso spese) di mezza settimana del migliore dei nostri giocatori per divertirsi qualche ora (è un dilettante), la retribuzione di due minuti di lavoro (è un professionista) di Messi, ma quella bella banconota, con il ritratto del personaggio, sostenuto da una ferrea etica puritana e ispirato ai principi dell’Illuminismo, che al verso reca addirittura il motto “In God we trust” (confidiamo in Dio), rappresenta il salario, quando e se pagato, di più di 300 ore di lavoro degli operai, che in Qatar stanno costruendo per il nostro divertimento gli stadi della Coppa del Mondo del 2022.
Nella terra di quella banconota verde la schiavitù è abolita dal 1865 e proprio quella banconota mi impedisce di classificare come schiavi i lavoratori pakistani, bangladeshi o indiani che si trovano da tre anni nell’emirato: trenta centesimi scarsi di euro all’ora fanno la differenza!
Per il resto, cibo e acqua che scarseggiano, niente misure di sicurezza nei cantieri, niente assistenza sanitaria, baracche roventi, stipate di persone in campi circondati da reticolati, sorveglianza armata, passaporto sequestrato, impossibilità di rientrare in patria, se non come tante centinaia fino ad ora: in una bara.
Se non fosse per quella differenza, potrei definirli schiavi: la loro libertà è imposta con quel santino di Benjamin Franklin.

Anche questo è calcio.