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Volta la carta

VERSO QATAR 2022 Parte seconda - Morire di pallone.

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Terremoto del Friuli 989
Affondamento del Titanic 1517
Eccidio di Cefalonia 1700
Inondazione del Vajont 1917
Attentato alle Torri Gemelle 2974

Sono le cifre delle vittime di tragedie della storia, fenomeni naturali, fatalità, crimini di guerra, atti di terrorismo: tutti fatti dei quali si sono cercate le cause, trovati eventuali responsabili, o presunti tali, che a volte sono stati braccati, processati, condannati e giustiziati.
C’è un dato che numericamente è assimilabile ai precedenti, ma non è ancora definitivo, non è passato alla storia e non ha neppure avuto fino ad ora l’adeguato onore della cronaca: 1380, che secondo Pierre Cuppens, vice presidente della BWI (Organizzazione Mondiale dei Lavoratori dell’Edilizia), potrebbe essere destinato a triplicarsi da qui al 2022.
1380 è il numero delle vittime tra i lavoratori nei cantieri allestiti in Qatar per le faraoniche opere della Coppa del Mondo di calcio dal 2011 a quest’anno.
Si tratta per lo più di Nepalesi, Indiani, Pakistani e Bangladeshi, giovani e selezionati, deportati in Qatar con contratti di pluriennali che, più che opportunità, si rivelano condanne che non tutti fanno in tempo a scontare.

Le notizie reperibili sulla stampa italiana sono scarse e ripetitive e neanche gli altri organi di informazione si sono fino ad ora dimostrati molto solerti nel divulgarle, preferendo piuttosto riportare al pubblico che Cristiano Ronaldo avrà per sé in Brasile una suite con bagno accessoriato di specchio riscaldato anti appannamento e letto con cuscini aromatizzati, e invece poco o nulla del sacrificio, ampiamente previsto, di quei lavoratori, quasi si trattasse di danni collaterali, un inevitabile prezzo, non da pagare, ma da far pagare.
Il meccanismo criminale prevede il reclutamento in patria di soggetti adatti allo scopo, che con il miraggio di un giusto guadagno, addirittura pagano ingenti cifre per essere ammessi alla selezione, indebitandosi con usurai, che li rendono schiavi ancora prima della partenza con tassi di interesse superiori al 30%.

All’arrivo in Qatar i lavoratori vengono di prassi privati del passaporto, retribuiti con salari miseri, alloggiati in campi in condizioni disumane e non è loro permesso di ritornare in patria, se non dopo anni di lavoro e dietro cauzione di centinaia di dollari, da depositare all’impresa che li ha assunti, al fine di scongiurare il rischio di perdere manodopera: i salari, che a volte non vengono pagati per mesi, si aggirano attorno ai 100 dollari al mese.
Gli alloggi sono in realtà dei campi di concentramento, sovraffollati, privi delle condizioni igieniche minime indispensabili, cinti da reticolati e soggetti a sorveglianza armata, gestita da aguzzini reclutati sul posto e dove manca qualsiasi forma di assistenza sanitaria; in una regione dove le temperature possono superare i 50°C, le squadre lavorano organizzate in turni di 12 ore giornaliere per sette giorni su sette e nei cantieri mancano le più elementari misure di sicurezza.

L’acqua potabile, preziosa in Qatar e prodotta tramite desalinizzazione dell’acqua marina, è severamente razionata e altrettanto il cibo: in mancanza della razione giornaliera, senza avere la possibilità di acquisto, mendicare per sopravvivere e lavorare è il fondo del baratro.
Oltre il 50 % dei referti di morte parla di infarto, patologia che dovrebbe essere un evento eccezionale in individui giovani, selezionati all’origine per resistere alla fatica in condizioni estreme.
I voli settimanali che partono da Dacca, portando nuovi operai per i cantieri, ripartono da Doha, dopo aver caricato le bare degli operai deceduti: una tragica, regolare spola che dura da tre anni e che rischia di proseguire per altri otto, durante quella che è già stata definita senza mezzi termini una crisi umanitaria.

Da parte della FIFA solo morbide interrogazioni, quasi degli atti dovuti, con magari le scuse per l’invadenza, alle quali il governo qatariota, rifiutando qualsiasi coinvolgimento, risponde che le uniche responsabili sono le imprese che gestiscono i cantieri, che a loro volta rimandano la palla al governo, precisando che i piani di lavoro presentati sono stati regolarmente approvati: durante questo nauseante minuetto i lavoratori continuano a morire, a rimanere mutilati, invalidi, ad ammalarsi di epatite e tifo.

Non ci sarebbe bisogno di essere dei Don Chisciotte, per anticipare un rifiuto a partecipare alla manifestazione preparata con questo sistema, la partecipazione delle federazioni degli stati che si vantano di salvaguardare i diritti umani, risulterebbe infatti una colpa vicina alla complicità.
I precedenti non mancano: nel 1976 l’Italia vinse l’unica Coppa Davis battendo il Cile, qualificato per la rinuncia dell’URSS a competere con la nazione di Pinochet, e gli stati africani non parteciparono alle Olimpiadi di Montreal a causa delle gare disputate dalla Nuova Zelanda con la nazionale di rugby del Sud Africa in tempi di apartheid, mezzo mondo disertò le Olimpiadi di Mosca nel 1980 e l’altro mezzo quelle di Los Angeles nel 1984.
Le motivazioni di tali rinunce, di carattere per lo più politico e umanitario, per quanto discusse, furono comunque comprese e sostenute dall’opinione pubblica e altrettanta solidarietà incontrerebbe un chiaro atto di denuncia di una manifestazione sportiva, che nasce sotto il segno del profitto, in spregio alla vita umana.

Immaginando una formula di campionato come quella attuale, se il dato di 1380 vittime fosse aggiornato e definitivo, saremmo alla terrificante quota di un lavoratore morto ogni tre minuti di ciascuna delle 64 partite: tra otto anni le partite sarebbero sempre 64, mentre l’altro dato è destinato a crescere, sempre tra profitti da Mille e una notte e ancora morbide interrogazioni.