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Volta la carta

VERSO QATAR 2022 Parte prima - Mondiale nel segno del Made in Italy

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Il governo del Qatar ha già investito circa 25 dei 140-200 miliardi di dollari previsti nell’affare Coppa del Mondo 2022.
Per l’esattezza, secondo le inchieste attive da molte parti, 25 miliardi più 5 milioni, cifra, quest’ultima, che non rappresenterebbe che una briciola non significativa sul totale, non fosse altro che per la sua destinazione: un patrimonio in bustarelle, distribuito a pioggia ai rappresentanti delle federazioni di calcio di tutto il mondo, quelli più sensibili a quest’argomento, per garantirsi il loro voto al momento dell’assegnazione di dicembre 2010.
Attenendosi alla cronaca nazionale degli ultimi anni, e degli ultimi mesi in particolare, questo sistema ricalca un prodotto tipico del Made in Italy, un cospicuo indotto che sembra essere in simbiosi perfetta con le grandi opere, un’eccellenza indesiderata, che non si vorrebbe vedere esportata con successo nel mondo.

Le fonti delle notizie e i motori delle inchieste sono alimentati da autorevoli organi di stampa come il Sunday Times, il Guardian, il Telegraph, storiche testate britanniche, e France Football, le cui notizie sull’argomento vengono sistematicamente ignorate dall’informazione italiana.
In particolare il Guardian ha raccolto nel suo dossier, “FIFA Files”, un corposo e particolareggiato archivio, contenente milioni di documenti sui movimenti di denaro quanto meno sospetti, e testimonianze che ruotano attorno alla vicenda dell’assegnazione dei Mondiali 2022 al Qatar, coinvolgendo funzionari di governo e rappresentanti di varie federazioni.
Non è da meno la redazione del Sunday Times, che avvalora le sue tesi di corruzione con migliaia di e-mail, che confermerebbero incontri tra funzionari della federazione qatariota e presidenti di federazioni soprattutto africane e pagamenti di somme destinate a comperarne la malleabilità in sede di votazione.

Cifre grandi e relativamente piccole, accordi economici internazionali, tutto sembra sia stato utile per ammorbidire l’atteggiamento di tante federazioni nei confronti della causa qatariota; per ogni notizia è naturalmente al momento d’obbligo il condizionale, costituendo il materiale di inchieste in corso, e un nome spicca tra i tanti per le iniziative attuate: Mohamed bin Hammam, Presidente dell’Asian Football Confederation fino al momento di essere radiato dalla FIFA per corruzione, nel luglio 2012.
Si legge di una tangente, quasi un dividendo distribuito ai soci, di 200.000 dollari accreditati sul conto di ciascuno dei presidenti di varie federazioni africane; di una bustarella più pesante, 1.600.000 dollari a Jack Warner, all’epoca vice presidente della FIFA, anch’egli a sua volta radiato per corruzione; l’onnipresente Mohamed bin Hammam, nel corso delle sue relazioni pericolose, eticamente incompatibili con la sua carica, avrebbe mediato personalmente un contratto di fornitura agevolata di gas fra la Qatargas e la PTT (compagnia tailandese per l’energia), con contatti diretti con Worawi Makudi, presidente della federazione tailandese e, scorrendo il materiale, si potrebbe continuare a lungo…

Parallelamente alle inchieste, portate avanti con professionalità dai giornalisti, anche il Comitato Etico della FIFA, e in particolare il suo capo ispettore Michael J. Garcia, avvocato newyorkese, non ha potuto esimersi dall’istruire una pratica circa le denunce di corruzione, ma inspiegabilmente non ha ammesso tutti i documenti già raccolti in questi anni: la fase istruttoria dell’inchiesta della FIFA sarebbe dovuta essere completata entro lo scorso 9 giugno e la decisione in merito è attesa entro la fine di luglio: da questa dovrebbe in teoria dipendere la conferma dell’assegnazione al Qatar, o una nuova votazione per scegliere un’altra sede.

Un epilogo della vicenda all’insegna dell’etica e della legalità stupirebbe positivamente e la FIFA ne guadagnerebbe, se non in termini di denaro, certamente in prestigio, ma le cifre oltre ogni immaginazione che l’emirato è in grado di mettere sul piatto della bilancia, ingolosendo sponsor e televisioni, non sembrano poterlo realisticamente ipotizzare; a tale proposito c’è inoltre da tenere presente la recente dichiarazione del segretario generale della FIFA Jérôme Valcke, a proposito delle ultime scelte di Brasile, Russia e Qatar, come sedi della Coppa del Mondo, secondo il quale «un Mondiale è meglio organizzarlo dove c’è meno democrazia».