Volta la carta

APOLOGIA DI PEP

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Mentre il calcio italiano emetteva gli ultimi verdetti di una stagione piatta e anonima, prima del canonico “valzer” di allenatori, l’epilogo della Premier League svelava una notizia da molto tempo nell’aria. Josep Guardiola, per tutti
“Pep”, dopo dieci anni di successi abbandona il Manchester City e, con ogni probabilità, si prenderà un anno sabbatico prima di lanciarsi in una nuova avventura. Venti trofei, finali vinte ma anche perse, vittorie roboanti e qualche tonfo imprevisto, rivalità consolidate e nuovi “nemici” lungo il percorso. Il Regno di Guardiola non è stato certo banale o monotono, come del resto la sua intera carriera. Non solo sportiva.

Uomo di cultura, appassionato di teatro e di letteratura, indipendentista catalano e strenuo difensore dei diritti umani, forse tra i pochi nel mondo dello sport a esporsi sul genocidio in Palestina: Pep avrà un ruolo importante nella politica internazionale? Forse, un domani. Al momento credo che cercherà nuovi stimoli su un rettangolo verde, magari una Nazionale, qualcuno spera in Italia. Irrealistico? Direi di sì, vista la mancanza di progettualità tipicamente italiana.

Eppure Guardiola rappresenta, per certi versi, la realizzazione di un’utopia. Vincere (tanto) illuminando gli occhi degli appassionati. Valorizzare il singolo all’interno di un gioco associativo, ovvero una declinazione socialista del calcio. Mutare forma nel corso delle stagioni, senza cambiare il proprio DNA. Sovvertire le gerarchie in un paese di tradizione conservatrice. Pep Guardiola è l’estetica che si fonde col pragmatismo, la tradizione che si innova in continuazione.

Il calcio di Guardiola trae origine dal Guardiola-giocatore, raffinato mediano degli anni ’90, ma soprattutto dai maestri incontrati lungo il proprio percorso. L’organizzazione e la gestione del possesso di Johan Cruijff, la cultura del lavoro di Arrigo Sacchi, l’uscita dal basso di Ricardo La Volpe, la ferocia di Marcelo Bielsa, giusto alcuni esempi. Ma Guardiola è figlio della propria cultura poliglotta, della voglia di imparare, apprendere, mutare pelle. Pep estremizza il concetto di calcio posizionale e di riaggressione, convincendo i propri campioni a mettersi al servizio del collettivo grazie alla propria leadership seducente.

Alla domanda “chi è l’allenatore più vincente della storia del calcio?” è molto semplice rispondere, al momento. Sir Alex Ferguson, con i suoi 49 titoli, è però insidiato da Guardiola che, con un futuro ciclo pluriennale, potrebbe sopravanzarlo. Ma “chi è il miglior allenatore della storia del calcio?” potrebbe insinuare molti dubbi, specialmente nei tifosi ottuagenari. Al fine di una replica non immediata, le componenti da prendere in considerazione sono necessariamente le seguenti: vittorie conseguite, qualità del gioco espresso dalle proprie squadre, innovazione, memoria a posteriori e influenza sui propri colleghi. Con una ponderazione a proprio piacimento, ognuno potrebbe stilare una personale classifica, ma con una certa uniformità potremmo concordare come Guardiola rivesta una posizione di vertice, quantomeno al pari di Michels e Crujiff.

Per Galeano “la storia del calcioè un triste viaggio dal piacere al dovere”, ovvero, pian piano che lo sport si è reso industria “è andato perdendo la bellezza che nasce dall'allegria di giocare per giocare”. In questo senso, l’esperienza sportiva di Guardiola si è dimostrata in controtendenza rispetto al canonico “risultatismo”. Il calcio saprà trovarne un degno erede?


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