
Risparmiate la fatica e il tempo di cercare notizie sul personaggio nelle cronache sportive; non ne trovereste, se non vaghe e inesatte.
Eppure è tra i rari miei concittadini ad aver lasciato una traccia indelebile, molto più che tangibile, nella storia dello sport dell’ultimo secolo, proprio nel luogo dove il calcio viene vissuto, più che come sport e spettacolo, come filosofia di vita; di lui si potrebbe raccontare a lungo.
Viktor Sulčič è nato suddito austro-ungarico il primo agosto del 1895 a Santa Croce, una frazione del comune di Trieste, sul ciglione carsico a picco sul mare, all’epoca paesino di pescatori e scalpellini che contava 1700 abitanti, in massima parte appartenenti alla comunità slovena, come quasi tutte le località del Carso; il padre, Jožef Sulčič, era scalpellino e la madre si chiamava Marija Bogatec.
Rimasto orfano in giovane età, una zia lo sostenne fino al conseguimento del diploma della Scuola Industriale di Trieste e all’iscrizione prima all’Accademia di Belle Arti e alla facoltà di Architettura a Firenze, e poi a Bologna, dove si laureò nel 1922.
Come per i componenti di molte migliaia di famiglie triestine, del suo nome e cognome possiamo trovare tracce di più di una grafia: Viktor, Victor, Vittorio e Victorio e anche Sulčič e Sulcich.
Per tanti omonimi il cognome fu poi italianizzato per convenienza o per decreto fascista: nella Venezia Giulia gli autoctoni Sulcic, Sulcich, Sulcigh, Sulich, Sulig, Sulleg furono mutati in un forestiero Sulli.
Da architetto Sulčič lavorò a Riva del Garda e a Zagabria, prima di scegliere di emigrare oltre Atlantico, anche in considerazione del periodo di dura occupazione militare italiana della città di Trieste, che dopo la Grande Guerra e fino al 1921 si manifestò come mano pesante nei confronti della popolazione di lingua slovena e croata; la violenza non fu solo su nomi, cognomi e scuole, ma soprattutto sulle persone.
È del luglio 1920 l’incendio del centralissimo Hotel Balkan, a due passi dal mio Liceo, dove avevano sede le associazioni culturali slave della città; l’atto squadristico fu rivendicato un paio di mesi dopo con orgoglio da Benito Mussolini in un discorso pubblico (Pola, 21 settembre 1920 “…abbiamo incendiato la casa croata a Trieste…”) e fu un segnale chiaro dell’oppressione nazionalista che si volle sperimentare a Trieste più che nel resto d’Italia.
Da un certificato del Museo Nazionale dell’Immigrazione, in Argentina, risulta che Sulčič giunse a Buenos Aires da Trieste il 15 novembre 1924 a bordo del piroscafo Atlanta; da qui iniziò la sua importante, sfaccettata carriera.
All’inizio fumettista e disegnatore, iniziò presto a collaborare con colleghi, presentando con successo progetti per la costruzione e la ristrutturazione di edifici pubblici, fino a trovare la sua consacrazione con la costituzione dello studio Delpini, Sulčič, Bes - Ingenieros Arquitectos.
Lo studio ebbe importanti incarichi per lavori di edilizia pubblica, tra i quali spicca la ricostruzione del maggiore mercato coperto di Buenos Aires, il Mercado de Abasto.
I lavori tra il 1931 e il 1934 diedero alla città un’opera monumentale, edificata con cemento armato, ferro e vetro, i materiali prediletti da Sulčič, che disegnò l’elegante pianta a 5 navate coperte da un tetto a botte, intersecate da tre transetti; i richiami alle basiliche romane e all’Art Déco ed i 4 piani che insistono su più di 50.000 metri quadrati, rendono tutt’ora l’Abasto una delle mete turistiche di Buenos Aires.
L’originalità delle idee di Sulčič, che coniugavano modernità, funzionalità ed estetica, gli valsero l’affidamento del progetto per il quale lo stiamo ricordando: i “xeneizes” (genovesi) - giocatori e sostenitori del Boca Juniors erano chiamati così, perché i soci fondatori della società erano genovesi - volevano il nuovo stadio di proprietà.
L’impresa si presentava fin da subito quanto mai impegnativa; lo stadio andava costruito sul terreno che la società aveva acquistato anni prima per lo scopo, ma le ambizioni sportive e la crescita del seguito della squadra nel frattempo sembravano aver reso l’area di ventimila metri quadrati del tutto insufficiente.
Sulčič risolse il problema con un’intuizione brillante: la carenza in superficie sarebbe stata compensata in altezza, come non era consuetudine all’epoca.
Gradinate e curve, alte e ripide, costruite a sbalzo sulle vie circostanti, permisero di raggiungere una capienza per un pubblico fino a 60.000 spettatori; la sottile tribuna rettilinea di acciaio, disegnata a palchi su cinque piani sovrapposti, come in un teatro, lasciò all’impianto un singolare perimetro con la forma di lettera D che ci richiama, con la propria cavea, alle forme del teatro greco molto più dello Stadio Franchi di Firenze, disegnato dall’Architetto Pier Luigi Nervi.
La storia vuole che fosse la forma di una scatola di caramelle, ricevuta in dono, a dare lo spunto a Sulčič per la soluzione architettonica, da qui proprio lui diede al nuovo stadio il nome familiare di “Bombonera”, ancora prima di iniziarne la costruzione; pochi hanno mai utilizzato le denominazioni ufficiali, quella attuale, “Estadio Alberto José Armando”, o in precedenza “Estadio Boca Juniors” e “Estadio Camilo Cichero”.
Nel progetto la struttura, classica nel perimetro di teatro greco, con le gradinate come una cavea e la tribuna rettilinea come un proscenio, era innovativa nella tecnica: i lavori della costruzione si protrassero tra il 1938 e il 1940, tempi brevi, considerando i mezzi tecnologici disponibili all’epoca e la mole dell’opera, e il risultato fu a dir poco avveniristico; il cemento armato e la distribuzione di pesi e forze in un unico intreccio di travi, costituito da 61 elementi che si succedono, conferirono resistenza, leggerezza ed elasticità all’intera struttura, incastonata tra le strette vie in mezzo alle case, nel rispetto dell’urbanistica del quartiere “la Boca”.
La Bombonera è stata la casa di campioni del livello di Maradona, Riquelme e Tevez, in Italia l’abbiamo conosciuto in occasione della famosa finale di Coppa Intercontinentale del 1969 Estudiantes – Milan; si dice che al culmine delle ritmiche danze dei tifosi, la Bombonera non vibri, ma “pulsi”.
Quello dell’Abasto e della Bombonera per vent’anni fu l’architetto che maggiormente contribuì alla creazione dell’immagine pubblica della capitale raccontata da Jorge Luis Borges.
Sulčič si sposò a Buenos Aires con Anna Kisilecki ed ebbe due figli: Fedor e Hector Igor; alla prematura scomparsa di Hector Igor, nel 1953, abbandonò del tutto l’attività di architetto, per dedicarsi con successo tanto alla pittura, come valente acquerellista, e alla grafica, quanto alla pubblicazione di poesie e racconti in spagnolo e sloveno.
In virtù della popolarità e della stima delle quali godeva in Argentina, fu più volte chiamato a cariche di presidenza o consiglio nelle associazioni di emigrati e imprenditori di provenienza jugoslava e slovena in particolare.
L’esordio letterario è del 1965 con la raccolta di poesie “Luces y Sombras” (Luci ed ombre), edito a Buenos Aires dalla Editorial Leonardo Impresora, gradevolmente illustrato con fregi e disegni a cura dell’autore.
Chi avesse la voglia e la curiosità di catalogare il personaggio in una casella, dovrebbe superare l’imbarazzo della scelta, con il rompicapo che sovente accompagna chi è della mia terra.
Austriaco? Sì, per nascita e formazione scolastica.
Sloveno? Sì, per madrelingua e tradizioni.
Italiano? Sì, per formazione universitaria.
Argentino? Sì, per la realizzazione professionale.
Architetto? Sì, per titolo di studio e progetti realizzati.
Poeta e scrittore? Sì, benché mai tradotti in italiano, abbiamo a disposizione i suoi libri.
Pittore e grafico? Sì, le sue pregevoli opere lo testimoniano.
Io lo definirei semplicemente un’eccellenza che per passione volle misurarsi in svariati campi; per questo mi piace raccontarlo e farlo conoscere e per campanile sono orgoglioso che sia nato e vissuto a un paio di chilometri da casa mia.
Scomparso nel 1973, Viktor Sulčič riposa nel caveau dell’Associazione slava del cimitero monumentale di Buenos Aires della Chacarita; quasi sconosciuto in Italia e addirittura nella sua Trieste, dove gli è stato recentemente intitolato, inadeguato omaggio, il piccolo campo sportivo della società dilettantistica Vesna, a Santa Croce, Sulčič è stato più volte ricordato in Slovenia e Argentina con pubblicazioni, mostre e addirittura con un’emissione filatelica congiunta delle amministrazioni postali delle due repubbliche.
Nelle foto.
- sopra: Viktor Sulčič al lavoro
- sotto, dall'alto in basso: il Mercato Abasto, la Bombonera, un acquerello, il primo libro














A.C. Asola A.S.D.