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Volta la carta

VERSO QATAR 2022 - Il punto della situazione

Qatar 2022 Logo

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Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ci aggiorna sulle condizioni dei lavoratori impiegati nella realizzazione di stadi e infrastrutture per il Mondiale del 2022 in Qatar: formalmente qualcosa in questi anni è migliorato, ma il rispetto dei diritti umani e dei lavoratori è sempre molto lontano; ci sarebbero tutti i motivi per assumere una posizione etica, disertando il torneo. 

Mondiali di calcio 2022 in Qatar: resta molto da fare per tutelare i lavoratori migranti. 

A meno di quattro anni all’inizio dei mondiali di calcio 2022 in Qatar, Amnesty International ha prodotto un nuovo aggiornamento sul trattamento dei lavoratori migranti impegnati nella costruzione degli impianti e delle infrastrutture.

Nel novembre 2017 il Qatar aveva firmato un accordo con l’Organizzazione internazionale del lavoro per rivedere le sue leggi e porle in linea con gli standard internazionali in materia di lavoro.

Da allora le autorità locali hanno introdotto varie norme destinate a migliorare la condizione dei lavoratori, tra cui la previsione di un salario minimo temporaneo, l’istituzione di comitati per la risoluzione delle controversie sul lavoro e la creazione di un fondo assicurativo e di sostegno ai lavoratori.

Inoltre, è stata abrogata la norma che obbligava la maggior parte dei lavoratori migranti a richiedere ai datori di lavoro un “permesso di uscita” per lasciare il paese.

Le riforme intraprese, tuttavia, lasciano molti lavoratori in condizioni durissime, vulnerabili allo sfruttamento e alla violenza. I lavoratori che tornano nel loro paese lo fanno a mani vuote, senza risarcimenti né giustizia.

Resta da abolire ancora del tutto il sistema dello sponsor (“kafala”) che, nonostante alcuni recenti cambiamenti, continua a legare i lavoratori a datori privi di scrupoli anche per cinque anni.

Sulla base di questo sistema, che rimane fermamente in vigore nonostante le parziali riforme, i lavoratori ancora oggi non possono cambiare occupazione senza il permesso dei loro datori di lavoro. In caso contrario rischiano di incorrere nel reato di “clandestinità” e di vedersi confiscare il passaporto.

Il salario minimo temporaneo è appena poco superiore ai 200 dollari e i nuovi tribunali istituiti per esaminare le controversie sul lavoro, tra cui il mancato versamento dello stipendio, sono sommersi dalle denunce, col risultato che centinaia di lavoratori migranti sono tornati a casa senza risarcimento né giustizia.

In conclusione, nonostante il tanto decantato processo di riforme in atto in Qatar, le autorità locali devono fare molto di più per rispettare e proteggere in pieno i diritti di circa due milioni di lavoratori migranti.