
Questo è il gradito regalo che ci porta il 2026: era qualche anno che una novità dello scaffale Sport non riusciva ad appassionarmi fino a tal punto!
I 4 Gianni è opera di un autore, Gianni Smorto, il cui nome dice troppo poco ai lettori e agli sportivi, perché si possano rendere conto della qualità e dell’importanza storica di ciò che ci può raccontare; è un libro che si legge con il grande piacere della sorpresa, pagina dopo pagina, e che accresce la cultura sportiva di quanti non si limitano a scorrere i tabellini delle partite di calcio, il consuntivo di un tabellone di un torneo di tennis, o la classifica di una tappa del Tour de France, ma amano l’emozione di vivere e comprendere un avvenimento sportivo, senza essere distratti dalle immagini.
Il libro ha una copertina molto accattivante, quasi da incorniciare, mentre il titolo è un azzardo vincente, perché ad un giudizio superficiale rischia di relegarlo tra le banali biografie, addirittura multiple, ma già le note di copertina indirizzano il lettore nella giusta direzione.
Giornalista dal 1983, Smorto ha una valida attenuante per averci trascurati fino ad ora, privandoci della possibilità di leggerlo: per la gran parte della sua importante carriera ha infatti avuto l’onere e l’onore di coordinare quello che si può considerare, senza tema di smentita, l’Olimpo del giornalismo sportivo nazionale, essendo stato il responsabile dello sport di un quotidiano come la Repubblica.
Brera, Clerici, Minà e Mura (il Gianni vale per tutti) contemporaneamente insieme sulle pagine dello stesso quotidiano, quattro penne di punta, come non si era mai visto, e difficilmente si rivedrà, nel panorama giornalistico, quattro scrittori che hanno spaziato dalle cronache, alle critiche competenti, per oltrepassare con successo i limiti degli argomenti sportivi: Smorto ci racconta questo ed altro, anche delle grandi difficoltà di riuscire a concedere loro un adeguato spazio sulle pagine, mai troppo per i lettori, di un quotidiano, presentato anni prima dal fondatore Eugenio Scalfari, con la ferma intenzione di non ospitare lo sport, le fotografie e di non uscire con l’edizione dl lunedì!
Leggendo del clima di quella redazione e degli aneddoti dei protagonisti, mi sono sorpreso a sorridere, richiamando alla memoria la mia esperienza degli anni ’70, quando a Radio 99, a Trieste, avevo avuto il grande piacere di condurre la trasmissione domenicale “Musica e Sport”, con la differenza che nel libro i protagonisti sono mostri sacri del giornalismo e della letteratura contemporanea, che hanno scritto dei più grandi avvenimenti sportivi mondiali.
Un grande pregio di questo libro, raro effetto di pochi, è di invogliare il lettore a cimentarsi poi con la produzione dei quattro giornalisti e scoprire l’eleganza di Clerici, la ruvida gentilezza di Mura, la poliedrica e vulcanica scrittura di Minà e la non facile personalità, a volte esibizionista, di Brera.
Il libro è Samba.
Da leggere subito; buona lettura e buone letture!
Brera spesso scriveva come se dovesse raccontare la partita a un amico. Inimitabile. O se vogliamo usare uno dei tanti termini da lui coniato: intramontabile.
Il professor Franco Contorbia dice che Gianni Brera ha raccolto la minima parte di quello che ha scritto. Adalberto Scemma, che dirige "La coda del drago", un magazine di letteratura sportiva, ha una fissazione. "Ormai nelle scuole, nei licei, Gianni Brera è sconosciuto!"
Il più grande colpo della sua vita, Minà lo fa proprio in un ristorante romano, Da Checco Er Carrettiere. La storia di quella foto in cui mette insieme Gabriel Garcia Marquez, Robert De Niro, Sergio Leone e Muhammad Alì è stata raccontata mille volte.
Un giorno lo scriba incontra Hemingway: "Mi insegnò anche che il giornalismo non è di serie B nei confronti della letteratura". È questo il cruccio eterno di Clerici, come se il suo valore non fosse pienamente riconosciuto. Certo, Italo Calvino ha detto di lui che è "uno scrittore in prestito allo sport", ma in Italia domina, oggi come allora, quella che Clerici chiama "la massoneria delle lettere".
Tutte le volte che le troupe giapponesi lo intervistano al Tour, anno dopo anno, come unico giornalista, in mezzo a mille, che lavora con la Olivetti 32.
"Ma non crede di dare fastidio con tutto questo rumore?"
"Ma no, sono gli altri che mi disturbano con il loro silenzio".










A.C. Asola A.S.D.