Volta la carta

MONDIALE QATAR 2022: UNA MACCHIA NELLA STORIA DELLO SPORT

Qatar 2022

I primi articoli su www.asolacalcio.it riguardo al Campionato Mondiale in Qatar risalgono ormai a sette anni fa.

Tuttora i lavoratori dei cantieri locali versano nella condizione di schiavitù; chi desiderasse essere informato ha a disposizione un’ampia documentazione che è stata presentata negli articoli pubblicati:

https://www.asolacalcio.it/volta-la-carta/390-prima-parte-mondiale-nel-segno-del-made-in-italy.html

https://www.asolacalcio.it/volta-la-carta/391-verso-qatar-2022-parte-seconda-morire-di-pallone.html

https://www.asolacalcio.it/volta-la-carta/901-verso-qatar-2022-parte-terza-medioevo-agli-sgoccioli-paolo-balbi-volta-la-carta-asola-calcio.html

https://www.asolacalcio.it/volta-la-carta/404-cento-dollari.html

https://www.asolacalcio.it/volta-la-carta/913-pallone-insanguinato-una-tragedia-chiamata-qatar-2022.html

https://www.asolacalcio.it/volta-la-carta/757-asola-volta-la-carta-mondiale-qatar-anno-nuovo-stessa-vergogna-amnesty-international-riccardo-noury-paolo-balbi.html

https://www.asolacalcio.it/volta-la-carta/1039-verso-qatar-2022-il-punto-della-situazione-riccardo-noury-amnesty-international-asola.html

Dal 30 agosto del 2020 Il governo del piccolo emirato ha sulla carta abolito con una legge la Kafala, quell’insieme delle norme che regolano i rapporti tra lavoratori e datori di lavoro, che ai nostri occhi occidentali sembrano semplicemente primitive, ma a tutt’oggi non sono cambiate le condizioni dei lavoratori, reclutati direttamente all’estero da India, Nepal, Bangladesh, Sri Lanka e Pakistan, ma ultimamente anche da Filippine e Kenia.

Le società incaricate dei lavori per la realizzazione delle infrastrutture in funzione dei Mondiali sono per lo più multinazionali, americane ed europee, italiane comprese, che solo per un intreccio di cavilli risulterebbero non avere responsabilità legale a riguardo.

Ben altra cosa è per noi la responsabilità etica.

Oltre alla promulgazione della legge fantasma, che di fatto - distante anni luce dai diritti dei lavoratori nel mondo occidentale - non ha reso nemmeno umana la permanenza forzata dei giovani deportati dai più poveri stati asiatici in Qatar con l’inganno e comunque a fronte del pagamento di una tariffa, un autentico pizzo.

Emblematica dei fatti in questione è  l’immagine di quella che dovrebbe essere una festa dello sport: gli aerei che settimanalmente partono dall’aeroporto di Doha, carichi dei resti degli operai deceduti, rispediti nei paesi d’origine.

Dall’inizio dei lavori del Mondiale fino alla metà del 2020 il numero dei caduti sul lavoro in Qatar ha già superato, oltre qualsiasi previsione allarmistica, la tremenda soglia di 7.000, per la maggior parte cadute dall’alto, infarti in soggetti giovani e malattie gastrointestinali, e non è ammissibile includere superficialmente queste morti tra gli “infortuni sul lavoro”. 

Quando i lavoratori sono sottoposti a turni di 14 ore, sette giorni su sette, con temperature che sfiorano i 48°, senza alcuna misura antinfortunistica, denutriti, addirittura con l’acqua potabile razionata e senza assistenza medica, lascio a ciascuno di noi la libertà di scegliere come definirle.

Un dato che rende questo bilancio ancora più drammatico è che nell’ultimo anno tra qatarioti e immigrati la pandemia di COVID ha fatto registrare nell’emirato circa 300 decessi in totale, non incidendo quindi sul numero.

La durezza del lavoro non lontanamente controbilanciata da adeguate retribuzioni: in un paese dove il reddito medio annuo pro capite supera i 130.000 dollari, gli operai stranieri dei cantieri del Mondiale difficilmente superano i 100 dollari al mese a fronte delle 400 ore lavorative abituali: 100 dollari che spesso si tramutano in credito a lunga scadenza, stante il consueto ritardo di mesi nei pagamenti delle retribuzioni.

Per dare un’idea, sarebbe come se in Italia un lavoratore percepisse un mensile di circa sedici euro o, se vogliamo, quattro centesimi all’ora.

Appena giunti in Qatar ai lavoratori viene requisito il passaporto e di fatto viene loro impedito il rientro in patria, salvo casi eccezionali e con il pagamento di una cauzione che rappresenta per loro il salario di alcuni mesi. 

E’ curioso che la stampa nazionale non approfondisca questi argomenti e che esistano per lo più solo servizi, ampiamente documentati di quotidiani inglesi - complimenti alla stampa britannica! - o resoconti di Amnesty International, in fin dei conti sarebbe sufficiente la volontà di farlo e con qualche ricerca, traduzioni e telefonate, addirittura sul nostro sito web se n’è trattato a sufficienza per rendere l’idea.

Inefficaci si sono dimostrate le blande raccomandazioni della FIFA, incolpevole solo se fosse all’oscuro della realtà e inopportuna l’adesione delle federazioni nazionali alla manifestazione; il Campionato Mondiale del 2022 non sarebbe stato da assegnare al Qatar e una volta assegnato, non sarebbe stato un torneo al quale iscrivere le squadre; non per una nazione civile.

Le alternative possibili non mancavano, non escluso un Mondiale alternativo, ospitato in Europa o America, ma anche in alcuni paesi dell’Africa, anche senza titolo ufficiale in palio, ma certamente più prestigioso e gratificante; un atteggiamento più dignitoso non avrebbe rappresentato un fatto isolato nella storia dello sport e si sarebbe aggiunto alle decisioni di boicottaggio incrociato di alcune edizioni dei Giochi Olimpici o all’isolamento riservato negli anni a paesi come il Sudafrica, il Cile o la Spagna

Nonostante la mia grande simpatia per Roberto Mancini e per il gruppo che ha creato, non seguirò le partite della fase finale di questo torneo e su questo sito non ci sarà la consueta rubrica che fin dal 2014 viene dedicata ai campionati europei o mondiali; sarò un romantico, ma da sette anni ho smesso di acquistare i prodotti dei principali sponsor del Mondiale del Qatar.


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